New York City Marathon: un’esperienza unica da vivere in prima persona

Pubblicato: 28 Novembre 2017 17:40

E poi c’è New York. Che sta alla maratona come Wimbledon al tennis, St. Andrews al golf, o la 24 Ore di Le Mans al motorsport. Che non è una maratona, ma la Maratona, con maiuscola obbligatoria per meriti conquistati sul campo in 47 anni di onoratissima e acclamata “carriera”.

 
Una corsa totalmente diversa dalle altre e non solo perché lo skyline della Grande Mela è unico e inimitabile, o perché al via si è circondati da oltre 50.000 persone, ma per qualcosa che risulta molto difficile da spiegare a parole, una raffica di sensazioni ed emozioni che vanno provate direttamente sul campo – anzi, su strada – come ci racconta Germano Tarantino, Direttore Scientifico di PharmaNutra SPA, uno dei 50.773 runners che domenica 5 novembre hanno concluso i 42 chilometri e 195 metri della TCS New York City Marathon 2017.
Una prima volta davvero difficile da scordare e non solo, o non tanto, per l’ottimo tempo stabilito da Tarantino (3 ore, 57 minuti e 9 secondi), appassionato sportivo con un passato da cestista e un presente da runner, ma per tutto il resto. Che poi è la vera forza di questo evento di portata globale.

 
“Quella di New York è davvero una maratona completamente differente dalle altre e avendone disputate parecchie, anche all’estero, posso dirlo con cognizione di causa”, ci racconta con una voce che riesce a trasmettere ancora tutte le emozioni del momento. “Ma non è solo una questione di percorso, evidentemente magnifico visto che tocca tutti i quartieri simbolo della città, o di un’organizzazione che rasenta la perfezione, quanto di cultura, o meglio, di un approccio culturale all’evento da parte di tutta la cittadinanza che non ha paragoni”.
Che significa, a grandi linee, la totale sinergia tra le migliaia di partecipanti, davvero provenienti da tutto il mondo, e una popolazione che non solo non ostacola lo svolgimento della Maratona, un evento che inevitabilmente condiziona la quotidianità di una metropoli già di per sé sufficientemente caotica, ma ne abbraccia in toto i valori, condividendoli con gli stessi runners.

 
“Ciò che risalta, infatti, è proprio tutto quello che è esterno alla Maratona, una partecipazione totale della stessa città e di tutti i newyorkesi”, spiega Tarantino. “Capita di andare in giro, nelle giornate che precedono la corsa, e la gente ti ferma, ti chiede se sarai uno dei partecipanti, ti augura il meglio. Il giorno della gara, poi, è un tutto un fiorire di spettacoli e concerti lungo il percorso, di striscioni, cartelli fatti a mano, di gente che ti sprona, ti incita, ti aiuta se necessario. E ti segue, come se si rendesse conto dello sforzo che stai facendo e dei sacrifici che hai fatto per esserci. E’ davvero incredibile. Per loro, e quest’anno c’erano oltre due milioni e mezzo di persone per strada, sei un eroe e a nessuno interessa il risultato: puoi anche metterci sette ore o di più, puoi farla camminando, ma se sei arrivato in fondo, per loro sei il top, hai appena fatto qualcosa che “meno dell’1 per cento della popolazione mondiale riesce a fare”, come ho letto su uno striscione durante la corsa”.

 
E’ lo spirito solidale e identitario di una città che ha sempre avuto la forza di rialzarsi, anche davanti alle tragedie più agghiaccianti. Ed è ciò che in fin dei conti ha fatto e continua a fare la differenza tra New York e il resto del mondo, tra la Maratona e tutte le altre.
“Personalmente, visto che ho iniziato a correre nel 2008, mi ci sono voluti quasi dieci anni per capirlo, dopo averlo provato sulla mia pelle”, conclude Tarantino con un sorriso. “Tutti mi dicevano che quella di New York è una maratona diversa, che è un mondo a parte, ma solo adesso, dopo averla vissuta in prima persona, ho capito realmente cosa volessero dire”.